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Di Manica larga
9 settembre 2009
Nella crisi che sta finendo o forse no, che si risolverà in un cambiamento ma forse anche no, uno dei paesi europei che sta soffrendo di più è certamente il Regno Unito.
Come dicevo nel post precedente, Londra ha avuto delle pesanti ripercussioni da una crisi, tutta finanziaria, che ha colpito duramente le sue banche sparse, direttamente o indirettamente, in tutto il mondo.
La Gran Bretagna è sempre stata piuttosto freddina sulla Costituzione europea, e il duopolio Parigi-Berlino ha visto frenare il proprio peso proprio dagli inglesi.
Il ritardo nel rafforzamento dell'Europa sul piano mondiale ha creato inoltre delle brecce per far rientrare pesantemente gli americani nell'economia del Vecchio Continente, dopo esserne stati cacciati al momento della riunificazione tedesca.
La crisi della City londinese, oggi ha però bisogno dell'asse franco-tedesco, così da poter spartire su altri il propri debiti e le proprie sofferenze.
La lotta politica interna tra i laburisti di Gordon Brown e i tories di David Cameron ha quindi anche un carattere europeo: i conservatori sono sempre stati 'euroscettici', e questo potrebbe far arretrare ancor di più la malmessa finanza britannica.
Timothy Geithner, sul Financial Times, bacchetta le banche di aver avuto scarsa lungimiranza nell'accumulo di fondi per far fronte alla crisi, spalmando le proprie perdite su chi paga le tasse, e conclude dicendo che il sistema finanziario inglese è diventato troppo fragile per reggere il peso della crisi.
Sullo stesso giornale, Andre Sapir analizza la schizofrenia dell'Europa Unita, dove non tutti gli Stati Membri hanno la stessa moneta, dove alcune decisioni vengono prese a Bruxelles ed altre a Francoforte, con un presidente Primo Ministro del Lussemburgo.
Certo, continua l'accademico, questo non significa far diventare la UE gli Stati Uniti d'Europa ma, avverte, è necessario estendere la moneta unica ai 27 Paesi, Regno Unito compreso.
Ancora il Financial Times, per voce del suo vicedirettore Martin Wolf, dice che la lotta tra Londra e New York per il predominio finanziario ha causato una crescita smisurata del sistema finanziario inglese rispetto alla sua importanza mondiale, ossia rispetto alle sue esportazioni industriali.
Dal 1970 al 2007, il peso della manifattura è passato dal 33% al 13%, con un calo di addetti da 7 milioni a 3.
Viceversa, nel 1980 erano occupati nel settore finanziario 3 milioni di persone, che sono diventate oggi quasi 7 milioni.
E' quindi necessaria una reindustrializzazione inglese, un attivismo industriale appoggiato dal ministro dell'Economia Peter Mandelson che cerca di fornire ottimismo con il dato del 3,8% di produzione inglese nel mondo, dopo USA, Cina, Giappone, Germania e Italia.
Da parte sua la City inizia a preoccuparsi che questa linea porti a sbilanciare il potere finanziario europeo verso Parigi e Berlino.
La concorrenza con gli USA è inoltre sbilanciata a favore di New York proprio perchè gli USA sono una nazione unica, e quindi due degli stati dell'Unione possono farsi concorrenza utilizzando fondi governativi, cosa che non può accadere tra i singoli stati membri della UE.
Da questo punto di vista, Mandelson si fa portavoce del nuovo europeismo di Brown facendo notare che l'accordo tra General Motors e Magna sulla Opel va a favore dell'interesse nordamericano, non nel rafforzamento dell'industria europea.
Quindi occorrerebbero aiuti pubblici dei governi alle proprie industrie, ma questo non è possibile perchè altrimenti queste inizierebbero a farsi concorrenza tra loro, anzichè allearsi contro gli USA.
Per risolvere il dilemma degli sviluppi a velocità diverse delle varie fette di capitale, è quindi necessaria una integrazione europea maggiore, come dice l'ex commissario UE Mario Monti, con Francia e Germania a fare da controllore sui singoli interventi statali, e con la Gran Bretagna che si adegui maggiormente al bilancio comunitario.
La crisi attuale quindi genererà degli equilibri diversi in Europa, equilibri che passeranno ben al di sopra dei cittadini europei; ma ben dentro i caveau delle banche e i macchinari degli industriali.




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permalink | inviato da Roland il 9/9/2009 alle 9:12 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
ECONOMIA
Fuori dal recinto, ogni tanto
3 settembre 2009
Ho paura che, tutti presi a commentare le tristi vicende nostrane, possiamo perdere di vista cosa accade nel resto del mondo occidentale, ossia il resto d'Europa, Gran Bretagna, USA e Cina.
Non sono certo in grado di fare una analisi economico-politica internazionale, però posso ricapitolare alcuni fatti.
La crisi internazionale ha provocato milioni di disoccupati, aziende chiuse, banche nazionalizzate (USA) o salvate con denaro pubblico (USA ed Europa).
La Cina si preoccupa del debito acquistato dagli Stati Uniti, tanto che Timothy Geithner, segretario al Tesoro di Obama, deve tranquillizzare Pechino impegnandosi a portare il deficit fiscale degli USA al 3%, senza inflazionare l'economia e senza quindi svalutare il dollaro; un terzo del debito americano è nelle mani degli stati esteri.
A questo si aggiunga che, guardando i bilanci delle prime cento società americane, i profitti totali segnano un desolante segno negativo, con 227 miliardi di profitti generati dai gruppi industriali e 258 miliardi di perdite generate dalle principali società finanziarie.
La lotta fra i gruppi che detengono il potere economico non è solo una lotta di concorrenza, ma una lotta di potere, e probabilmente gli industriali USA, a parte le case automobilistiche, saranno poco contenti di vedere masse di denaro affluire a salvare i loro 'colleghi' del capitale che operano nel campo bancario ed assicurativo. Le varie amministrazioni statali dovranno concedere qualcosa anche a loro, almeno in termini di potere politico e decisionale.
Un comparto che non vede alcuna crisi è l'insieme delle aziende farmaceutiche, dove si susseguono fusioni ed acquisizioni così da consolidarsi nella guerra tra di loro, ed inoltre poter trattare da una posizione di forza le condizioni della nuova riforma sanitaria annunciata dall'amministrazione Obama.
Il mese di settembre del 2008 è stato particolarmente drammatico per banche ed assicurazioni: Freddie Mac e Fannie Mai, società di erogazione dei mutui,  vengono nazionalizzate; Lehman Brothers fa un tonfo da 600 miliardi di dollari, ed ora non esiste più (qui del colore locale...)  era stata fondata nel 1850 ed era passata quasi indenne attraverso la Guerra di Secessione, due Guerre Mondiali, l'11/9.
Merryl Lynch viene acquisita da Bank of America, AIG perde il 60% sul valore delle sue azioni e viene acquistata per l'80% dalla Federal Reserve ed un prestito di 85 miliardi a 24 mesi: un anno è già finito.
Morgan Stanley e Goldman Sachs devono trasformarsi da banca d'affari a banca commerciale, così da poter reperire fondi in cambio di un controllo più stretto da parte della FED; il 21% della MS è in mano alla Mitsubishi.
Ancora, la Washington Mutual, la prima Cassa di Risparmio USA, viene confiscata dalle autorità finanziarie federali e ceduta, in saldo, alla JPMorgan Chase; la Wachovia, quarta banca commerciale degli States, viene ceduta alla Wells Fargo sempre da parte delle autorità federali; Citigroup, che era in corsa per l'acquisizione, dopo la sconfitta subisce un grosso calo in Borsa ma viene salvata con 300 miliardi, ed il 36% della proprietà azionaria passa allo Stato.
In tutto questo bisogna senz'altro considerare non solo i lavoratori che hanno perso il posto di lavoro (75mila di Citigroup, 29mila per la General Motors, e via in decine di migliaia a seguire...), ma anche tutti coloro che hanno perso, oltre allo stipendio, anche i propri risparmi investiti nelle stesse aziende e banche dove fino a poco tempo prima lavoravano.
Leggendo la classifica di Fortune, la Exxon Mobil ha scalzato al primo posto la Wal-Mart, grazie all'alto prezzo del petrolio del 2008; il 2009 è già tutta un'altra storia.
L'altra grande potenza economica anglosassone, la Gran Bretagna, se possibile sta anche peggio, visto che un quarto delle perdite di attività estere delle banche mondiali è causato dalle banche inglesi. Standard&Poor's ha passato le prospettive economiche di Londra da 'stabile' a 'negative', e mentre il ministro delle Finanze del governo Brown prevede un andamento del debito pubblico, tra il 2008 ed il 2013, dal 46% al 79% del PIL, la stessa S&P prevede che nel 2013 questo possa arrivare comodamente al 97%. Anche la crescita del debito pubblico degli altri stati europei è in linea con questi dati.
Se ricapitolo giusto, mi par quindi di capire:
Prima Fase della Crisi: esplode la bolla speculativa, i primi a farne le spese sono i proprietari di case che non riescono a pagare il mutuo. Le banche, invece di rientrare del proprio capitale, diventano proprietarie di immobili di cui non sanno cosa fare. Società praticamente inesistenti svaniscono finanziariamente come neve al sole, lasciando in giro per il mondo i famigerati 'titoli tossici', grazie anche ad un sistema economico impazzito dove si può comprare il debito di un'azienda, o addirittura puntare sulla probabilità che una società migliori o peggiori.
Seconda Fase della Crisi: la globalizzazione del capitale, caratteristica stessa della finanza e dell'economia, trasporta velocemente il virus della crisi in tutto il mondo, chi più chi meno tutti gli stati vengono toccati da questa situazione. Con la debole scusa di salvare i posti di lavoro, una scusa durata al massimo un paio di mesi, alcune banche vengono salvate o acquisite dallo Stato, alcune aziende automobilistiche vengono fuse insieme, con la benedizione dei rispettivi governi. Le aziende più deboli vengono lasciate ad arrangiarsi tra prestiti che non vengono erogati, mancati investimenti, crisi strutturali di alcuni settori. Questo è il periodo in cui siamo ora.
Terza Fase della Crisi: gli Stati devono ricorrere ad una massiccia inflazione e svalutare la propria moneta per far fronte ai debiti contratti verso le aziende, devono realizzare opere pubbliche per occupare i senzalavoro, aumentando così ancor di più il proprio debito pubblico. Il tutto speranto che Adamo Smith intervenga per far ritrovare equilibrio al mercato globale, magari aspettando che Keynes si finisca i soldi.
Questa è la parte della crisi del 2008 che ancora dobbiamo vedere.


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permalink | inviato da Roland il 3/9/2009 alle 9:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
politica interna
Partecipare si, ma come?
31 ottobre 2008
La mia simpatia per lo stato democratico è scesa ai minimi storici, ed anche prima non è che fosse poi così alta.
Dunque abbiamo Licio Gelli che va tranquillo in televisione, e dice a tutti che quel che lui aveva progettato venti anni fa ora finalmente si sta avverando. La cosa andrà approfondita, è un messaggio per qualcuno? l'hanno tirato fuori dalla naftalina per far uscire allo scoperto tutti gli altri pduisti che fino ad ora hanno (solo) tramato nelle pieghe istituzionali e bancarie?
Poi abbiamo un governo che, tranquillo tranquillo, afferma che gli scontri di Piazza Navona sono stati colpa degli studenti universitari della estrema sinistra, e con la più faccia come il culo (in questo blog si può dire culo, se si può dire gelli....) difende i poverini del blocco studentesco in barba ad ogni prova.
Comunque, un presidente del consiglio così democraticamente innocente, può dire e far dire ai suoi questo ed altro.
Poi c'è la crisi economica, Draghi che dice che ce ne sarà anche per il 2009, e che l'eventuale intervento dello stato dovrà essere temporaneo. Cioè, nel 2010 mi ridanno indietro i soldi e gli interessi? Tremonti che conferma ed aggiunge che però i poveri manager delle banche dovranno essere pagati di più mentre per i manager industriali si profila un bel colpo di spugna.
I governi europei che sull'onda americana, in fretta e furia, approvano bei regali alle banche ed alle industrie, ossia a coloro che la crisi l'hanno creata.
Se devo prestare soldi alle banche, posso chiedergli gli interessi del 27% mensile?
Che altro? ah si, Alitalia, i sindacati confederali che si sbrigano a firmare sennò rimangono a casa migliaia di persone, scordando che del fucile puntato alla testa dei lavoratori loro come minimo sono andati a comprarne le pallottole.
Questi sono i risultati delle elezioni democratiche, almeno in italia.
Viene completamente tolto ogni spazio di partecipazione, l'informazione è completamente succube, il parlamento è riempito di faccendieri cooptati dai capibastone dei partiti.
Alle prossime elezioni sarebbe bello non vedere nemmeno uno sotto i trent'anni andare a votare.
Sarebbe bello vedere una età media dei votanti di 60, 65 anni.
Sarebbe bello che noi adulti prendessimo esempio dai nostri ragazzi.
Libertà è partecipazione, cantava Giorgio Gaber, ma l'equivalenza vale anche al contrario.
Se limiti la partecipazione, stai limitando la libertà.
E prima o poi, qualcuno la libertà vorrà riconquistarsela ricominciando a partecipare.

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